martedì 26 giugno 2012
Prima di partire per un lungo viaggio...
...Porta con te la voglia di non tornare più!
Ci siamo, mancano 4 giorni, ovvero 5.760 minuti alla mia partenza!
Liverpool mi aspetta, una terra sconosciuta accoglierà i miei sogni per un po'. Porto con me lo spirito d'avventura, il mio inglese scarso e quella voglia matta di conoscere tutto quello che mi circonda. Forse mi mancheranno i venti caldi di questo periodo estivo, il sorriso di visi familiari, la colazione del mattino. Qualcosa cambierà, io non sarò la stessa, la distanza m'insegnerà a cavarmela da sola ad apprezzare in linea pratica le culture diverse dalla mia.
Incontrerò genti chiuse, ottuse? personalità eccentriche, interessanti? Una cosa è sicura, è l'inizio di un nuovo inizio per me. Una rottura con un passato che non accettavo e che non si confaceva al mio modo d'essere.
Goodbye Italy
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Inghilterra,
La valigia sul letto
venerdì 18 maggio 2012
Un bacio
Un bacio nella guerriglia dopo la sconfitta dei Canucks nella Stanley Cup
Vancouver (18 giugno 2011)
Foto Richard Lam
Un bacio contro il capitalismo delle banche
Francoforte manifestazione dinanzi alla Bce
Foto Daniel Roland
Vancouver (18 giugno 2011)
Foto Richard Lam
Un bacio contro il capitalismo delle banche
Francoforte manifestazione dinanzi alla Bce
Foto Daniel Roland
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Lo dico così
domenica 22 aprile 2012
Open Your world
"L'anima della festa" così lo chiamano, viene amato e acclamato da tutti, fa parte di un sogno. In grado di fare qualsiasi cosa, in grado di essere chiunque, ma sempre essendo l'intramontabile se stesso, lasciando una piccola parte di sé a tutti, ma non appartenendo a nessuno.
Se di amore si sente parlare negli occhi dell'uomo di mondo si può cercare, egli è divertente, spiritoso, elegante. Ma non rinuncia alla sua allegria, al suo essere versatile. E guida nel tumulto della sua vita la giovane amata.
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Lo dico così
domenica 18 marzo 2012
Frammento
«Che cosa vuoi fare da grande?» ci rifletto un po' su.
«La giornalista!» esclamo.
La maestra ridacchia stupidamente, mettendo in mostra quel sorriso orrendo.
«Perché proprio la giornalista?»
Io la guardo
«E perché no?»
Forse è stata l'aria di sfida, il fatto che non avevo regole, che tutto per me era una sorpresa, forse quella stessa domanda o, più probabilmente, il mio rigetto per la matematica a decretare l'inizio di una guerra con quella donna.
Mia mamma era terrorizzata dai voti impronunciabili che avevo in quella materia, ma molto più per il rifiuto nell'impegnarmi e nell'esercitarmi in qualsiasi cosa che coinvolgesse numeri.
In quelle ore di strazio, in cui osservavo la lavagna nera riempita di strani calcoli e segni per me incomprensibili, prendevo un foglio e scrivevo.
Scrivevo storie, immaginavo e regolarmente, venivo riportata alla realtà.
Al contrario, per ogni insegnante d'italiano ero "una grande promessa"
«Un pozzo di fantasia, d'idee e pensieri!» spiegavano, durante gli incontri con i miei genitori.
Venivo spedita regolarmente da insegnanti private, che provavano con le buone o con le cattive a inculcarmi le somme, le divisioni, i problemi.
Era come andare al patibolo, mi facevo torturare per ore e non apprendevo.
E' andata così per molto tempo, nei primi anni delle superiori avevo voti eccellenti in letteratura, filosofia, storia. E disastrosi in matematica.
Ero abbonata alla biblioteca e al giornalino scolastico. Ma andavo ai corsi di recupero ogni estate.
Poi, al termine del mio percorso di studio liceale, è arrivato l'insegnate di matematica che ha cambiato il mio modo di pensare, quando ero indietro anni luce da quello che possiamo chiamare "programma".
«Tu hai le carte in regola non solo per fare la giornalista, ma per fare qualsiasi cosa tu voglia»
Diceva, e io:
«Tranne la matematica»
Mi osservava accigliato e rispondeva,
«La matematica non è che una forma di scrittura, tu devi sono impararne la grammatica e saprai raccontare storie attraverso essa»
Non ho mai creduto alle sue parole, nemmeno gli ho mai dato importanza, ma per la prima volta qualcuno mi ascoltava, mi sentiva davvero.
Poi è arrivata la pace nella guerra fra me e i numeri.
«La giornalista!» esclamo.
La maestra ridacchia stupidamente, mettendo in mostra quel sorriso orrendo.
«Perché proprio la giornalista?»
Io la guardo
«E perché no?»
Forse è stata l'aria di sfida, il fatto che non avevo regole, che tutto per me era una sorpresa, forse quella stessa domanda o, più probabilmente, il mio rigetto per la matematica a decretare l'inizio di una guerra con quella donna.
Mia mamma era terrorizzata dai voti impronunciabili che avevo in quella materia, ma molto più per il rifiuto nell'impegnarmi e nell'esercitarmi in qualsiasi cosa che coinvolgesse numeri.
In quelle ore di strazio, in cui osservavo la lavagna nera riempita di strani calcoli e segni per me incomprensibili, prendevo un foglio e scrivevo.
Scrivevo storie, immaginavo e regolarmente, venivo riportata alla realtà.
Al contrario, per ogni insegnante d'italiano ero "una grande promessa"
«Un pozzo di fantasia, d'idee e pensieri!» spiegavano, durante gli incontri con i miei genitori.
Venivo spedita regolarmente da insegnanti private, che provavano con le buone o con le cattive a inculcarmi le somme, le divisioni, i problemi.
Era come andare al patibolo, mi facevo torturare per ore e non apprendevo.
E' andata così per molto tempo, nei primi anni delle superiori avevo voti eccellenti in letteratura, filosofia, storia. E disastrosi in matematica.
Ero abbonata alla biblioteca e al giornalino scolastico. Ma andavo ai corsi di recupero ogni estate.
Poi, al termine del mio percorso di studio liceale, è arrivato l'insegnate di matematica che ha cambiato il mio modo di pensare, quando ero indietro anni luce da quello che possiamo chiamare "programma".
«Tu hai le carte in regola non solo per fare la giornalista, ma per fare qualsiasi cosa tu voglia»
Diceva, e io:
«Tranne la matematica»
Mi osservava accigliato e rispondeva,
«La matematica non è che una forma di scrittura, tu devi sono impararne la grammatica e saprai raccontare storie attraverso essa»
Non ho mai creduto alle sue parole, nemmeno gli ho mai dato importanza, ma per la prima volta qualcuno mi ascoltava, mi sentiva davvero.
Poi è arrivata la pace nella guerra fra me e i numeri.
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Ricordo un giorno...
sabato 17 marzo 2012
Il vento dentro
Non avevano paura di nulla, si stringevano nelle spalle ad ogni offesa, ad ogni dito puntato.
Non si preoccupavano del domani. Non sapevano neppure che cosa la giornata portava, ma accoglievano ogni cosa, con ardore con la passione di un abbraccio. Respiravano. Sentivano l'aria passare dalle narici e su di essa costruivano un nuovo sogno. Non sapevano che cos'era l'invidia.
Le loro anime fluttuavano nella moltitudine scontrandosi con le materie fredde e grigie della massa. Poi si fondevano in uno sguardo, in una carezza, nel loro amore eterno e al tempo stesso imprevedibile.
Ogni giorno era una scoperta, una scommessa, un'esplorazione.
Il loro modo di vivere era arte, loro stessi erano un quadro o una canzone, una poesia. Non venivano apprezzati da tutti, ma erano diversi e non importava.
Poi, il vento, si alzava nei loro cuori. Infuriava talvolta rabbioso talvolta indolente e quando avveniva, si alzavano, spalancavano gli occhi e capivano che non c'era altro da fare.
Il mondo li chiamava, c'erano altre terre da vedere altre genti da impressionare e amare, altri climi, altre emozioni.
Partivano e non si sapeva se sarebbero tornati. Lasciavano il vuoto nel cuore di coloro che li avevano desiderati troppo, coloro che si erano riempiti della loro passione immensa e che improvvisamente, ne sentivano l'assenza.
Ma non sentivano nulla. E il vento li spingeva, dettava le coordinate per il futuro, forniva la bussola alle loro emozioni, il coraggio per le prossime sconfitte.
(2012)
!)Vietato riprodurre interamente o parzialmente questo brano
Non si preoccupavano del domani. Non sapevano neppure che cosa la giornata portava, ma accoglievano ogni cosa, con ardore con la passione di un abbraccio. Respiravano. Sentivano l'aria passare dalle narici e su di essa costruivano un nuovo sogno. Non sapevano che cos'era l'invidia.
Le loro anime fluttuavano nella moltitudine scontrandosi con le materie fredde e grigie della massa. Poi si fondevano in uno sguardo, in una carezza, nel loro amore eterno e al tempo stesso imprevedibile.
Ogni giorno era una scoperta, una scommessa, un'esplorazione.
Il loro modo di vivere era arte, loro stessi erano un quadro o una canzone, una poesia. Non venivano apprezzati da tutti, ma erano diversi e non importava.
Poi, il vento, si alzava nei loro cuori. Infuriava talvolta rabbioso talvolta indolente e quando avveniva, si alzavano, spalancavano gli occhi e capivano che non c'era altro da fare.
Il mondo li chiamava, c'erano altre terre da vedere altre genti da impressionare e amare, altri climi, altre emozioni.
Partivano e non si sapeva se sarebbero tornati. Lasciavano il vuoto nel cuore di coloro che li avevano desiderati troppo, coloro che si erano riempiti della loro passione immensa e che improvvisamente, ne sentivano l'assenza.
Ma non sentivano nulla. E il vento li spingeva, dettava le coordinate per il futuro, forniva la bussola alle loro emozioni, il coraggio per le prossime sconfitte.
(2012)
!)Vietato riprodurre interamente o parzialmente questo brano
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Lo dico così
giovedì 15 marzo 2012
Domiciliari per gli stupratori di gruppo
Il 6 agosto scorso due ragazzi, rispettivamente di 21 e 24 anni, vengono arrestati con l'accusa di aver abusato di una ragazza di 16 anni.
Oggi, lo stupro di gruppo verrà punito si, ma ricorrendo agli arresti domiciliari.
Il problema fondamentale sono i carceri, il sovraffollamento porta anche a queste conseguenze.
Ma è una giusta punizione? Ci si può sentire ugualmente sicuri?
Trovo che per questi, non proprio limitati casi, si debba elaborare una serie di disposizioni normative in grado di
garantire protezione, sicurezza soprattutto punizione, per questa tipologia di reati.
Credo che permettere ciò, sia un passo in più verso l'offesa e il non rispetto per noi donne.
L'incolumità è ogni giorno in pericolo, la tutela dovrebbe essere sempre più forte e sentita, il mondo che viviamo deve essere consapevole e non tollerare chi abusa.
Quante donne o bambine ogni giorno vivono una vita in silenzio, senza confessare nulla, segnate non solo nel corpo ma nell'anima.
Permettendo la realizzazione di questi provvedimenti non s'incentiva la moralità e il coraggio di uscire da queste situazioni.
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Lo dico così
domenica 11 marzo 2012
Marò, giustizia in casa!
Marò: nel gergo della marina militare significa; marinaio.
Se ne parla sempre meno di questi Marò, bloccati in India con l'accusa di aver ucciso due pescatori locali, scambiati per pirati.
Il governo indiano, sostiene che i due dovranno sottostare alla loro legge.
Il governo Monti, decreta che i soggetti siano sottoposti alle disposizioni di legge italiane, proprio perché l'incidente, sarebbe avvenuto in acque internazionali.
L'Ue ha mostrato pieno sostegno al ministro degli Esteri Giulio Terzi.
In questo breve quadro che ho riassunto notevolmente, le notizie non sono buone.
Il ministro degli Esteri indiano (S.M. Krishna), si è dimostrato inflessibile alle richieste del governo italiano e dell'Ue.
Se ne parla sempre meno di questi Marò, bloccati in India con l'accusa di aver ucciso due pescatori locali, scambiati per pirati.
Il governo indiano, sostiene che i due dovranno sottostare alla loro legge.
Il governo Monti, decreta che i soggetti siano sottoposti alle disposizioni di legge italiane, proprio perché l'incidente, sarebbe avvenuto in acque internazionali.
L'Ue ha mostrato pieno sostegno al ministro degli Esteri Giulio Terzi.
In questo breve quadro che ho riassunto notevolmente, le notizie non sono buone.
Il ministro degli Esteri indiano (S.M. Krishna), si è dimostrato inflessibile alle richieste del governo italiano e dell'Ue.
Tutt'ora questi due militari italiani si ritrovano confinati in territorio straniero. E i media ne parlano sporadicamente, sempre meno.
A mio parere è una questione di vitale importanza, necessaria non solo per far valere il rispetto dei nostri diritti e disposizioni anche all'estero. Ma anche per tutelare i soggetti coinvolti e garantire loro, un processo equo e degno nella loro terra natia.
A mio parere è una questione di vitale importanza, necessaria non solo per far valere il rispetto dei nostri diritti e disposizioni anche all'estero. Ma anche per tutelare i soggetti coinvolti e garantire loro, un processo equo e degno nella loro terra natia.
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone
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