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domenica 3 maggio 2015

Dimenticare un amore (?)

Pubblicato da alle 3:27 PM 0 commenti

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.

Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
dl pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.


Julio Cortazàr 



!) Version español de Julio Cortázar aquí
!) visita anche: monologo
!) visita anche: amore o surrogato?

















martedì 28 aprile 2015

Esta es la primera vez

Pubblicato da alle 10:15 PM 0 commenti
Esta es la primera vez, ¿la primera vez de qué?,
la primera vez que escribo este blog en español. Lo siento mucho por todos los italianos que en este momento no pueden entender nada, pero a veces es mejor así (aunque si todo puede ser traducido traves de los diccionarios aquí a lado). Me da igual no saber escribir perfectamente y lo se qué probablemente voy a faltar palabras y a equivocarme acentos y no se cuantas cosas, pero así lo deseo, una ecritura sin diccionario con un monton de errores. Porque sin embrargo, sigo a ser una italiana. No lo sabia de verdad qué un viaje de este tamaño podria cambiarme la vida de esta manera, pero ahora que llega el final de esta historia lo puedo sentir golpearme dulcemente en la cabeza diciendome: "pues aquí estas, lo has conseguido, eres una vincente, pero ahora que estas acustumbrada a esta vida tienes que cambiar otra vez". Estoy aquí en mi cama, escuchando una canción de Yael Naim, pensando qué no es mi verdadera cama, con el cartel de Elvis qué me mira todos los diás y noches... he comprado una Polaroid, el vendedor me dijo que apartenece a los años '60 o algo así. He comprato tambíen una analogíca que todavía no se utilizar. A las clases todo sigue regular y parece que nadie de mis compañeros tienen un problema al mundo, la profesora dijo qué no puedo seguir a no utilizar el subjuntivo. Falta poco y me voy a "casa" pero ¿cual es mi casa? probablemente donde está mi corazón, pero ahora me paro a pensar. Mi corazón es por midad español, y no puedo ignorarlo mas. Cada noche sueño español, y me surpriendo como me cuesta hablar en italiano pensando en español.
Ahora ver gente por la calle a todas las horas no me parece raro, ver compartir la comida entre amigos no me parece algo de discutir. Y dar un paseo a las seis de la mañana para volver a casa despues una noche de botellon no me resulta imposible.
Me cuesta mas volver a algo que por un año no era mi vida, y nunca creía que esto era lo que he seguido buscando por años, la libertad de ser lo que decido de ser.
Y me dá pena saber que muchas gente no considera esto como "vida" porque yo creo de haber vivido 25 años en este año.
Algo claro se dibuja en mi cabeza y sigue dandose cuenta mi celebro, nada de mas claro en la última temporada, así que pienso a una frase de Tolstoj:

"El secreto de la felicidad no es hacer siempre lo que se quiere si no querer siempre lo que se hace"



!) Echa un vistazo aquí: Madrid sorrisi e musica

giovedì 13 novembre 2014

Fellini e nostalgie

Pubblicato da alle 9:17 PM 0 commenti
Chi non conosce Fellini? ebbene tutto a Madrid mi ricorda Fellini,
Il professore che ammicca mentre fa finta di non accorgersi della mia disattenzione, la pioggerellina fresca e fastidiosa che disturba il pellegrinaggio verso la stazione delle metro, i ragazzi che incredibilmente giocano nelle piazze del mercado del rastro, scambiandosi le figurine e facendo roteare oggetti di legno che le vecchie generazioni chiamano "Trottole" (o Peonza in castigliano). Il chiacchiericcio delle vecchiette per le strade, che elencano gioie e dolori di tutto il circondario.
Odora di casa mia e anche se non c'è la nebbia e non è la stessa cosa, una canzone suona dolcemente nelle orecchie


venerdì 7 novembre 2014

Madrid, Che casa sarebbe senza le Tedesche?

Pubblicato da alle 12:09 AM 0 commenti
Oggi sono molto eccitata! Dopo una settimana passata sui libri (no no, cari amici, non è uno scherzo qua si studia davvero!) Domani finalmente visiterò la grande bella, Biblioteca Nacional di Madrid!
Non sto più nella pelle! farò la mia targhetta per portarmi a casa montagne, colline di libri!. E anche se il mio spagnolo è ancora zoppicante (soprattutto sulla maledetta Jota, non posso dire una parola senza sputacchiare tutto il liquido dalle mie ghiandole salivari) prenderò un bel libro di narrativa, indovinate ho già il nome: "El bosque animado" di W. Fernandez Florez.
Vi saprò recensire l'opera fra un triliardo di anni, quando lo avrò terminato.

Stasera non ho da lamentarmi, però vorrei tanto parlare di uno stereotipo troppo comune che, guarda caso, ruota con insistenza attorno ai tedeschi.
Spesso mi chiedono dall'italia: "Ma vero che sono freddi come il ghiaccio della ghiacciaia più congelata che possa esistere, tanto è vero che i pinguini li evitano?"
Beh. Questo stereotipo (rullo di tamburi) è, ahimè, vero!.
Tuttavia devo spezzare una lancia a favore dei freddi. Sanno essere amabili. E quando lo sono, ti senti davvero importante.
Forse è il caso di parlare delle due "Der Himmel" (nome arbitrario applicato alle mie compagne di appartamento in momenti di sconforto, con l'unico significato di: "il cielo" nella lingua dei freddi)
Rispettivamente educate, rispettose, i due piccoli sergenti hanno applicato tutte le regole fondamentali per una convivenza adeguata: "Il dia de limpia" chiamato giorno dello sbattimento, rigorosamente a rotazione, si pulisce una parte della casa, con successiva ispezione per comprendere se tutto è stato pulito a dovere. Non parlando del "dia del dinero" ognuno versa la sua quota per le spese obbligatorie mensili.
Contrariamente a tutte le aspettative le der himmel, hanno sviluppato una certa simpatia nei miei riguardi, mentre è assolutamente evidente il gesto di disappunto che mandano giornalmente alle altre due della casa. Ci sono certe serate che la bionda, la più temibile, marcia e sbatte alcune porte, accompagnando i suoi passi da imprecazioni in aramaico antico, a quel punto, l'italiana corre nella mia camera e tremante si infila nel letto, paurosa di aver combinato "un'altra delle sue".

Tuttavia non posso non dire che grazie a loro si mantiene un certo equilibro in una casa popolata, dove alcune regole, volenti o nolenti, garantiscono un certo grado di "decenza", (chiaro che se vivessimo solo con la francese, a questo punto avremo avuto uno stagno improvvisato in bagno con tanto di nutrie e toporagno e una collezione di formicai in salone).

La bionda mi è particolarmente affezionata, mi sorride amabile e mi dice parole dolci quali: "Tu non mi dai mai fastidio", "Buongiorno cara", per non parlare di quando m'invita a sedermi nel divano con lei per vedere un film e i nostri piedi si sfiorano per sbaglio. Insomma, tocco il cielo con un dito!.

Devo proprio sottolineare che l'esagerazione è propria di questo articolo, ma che ci volete fare...sono fatta così! Suvvia, due risate e guardatevi questo video!----> Der Himmel


A domani mia amata!

sabato 25 ottobre 2014

Storie di una casa a Madrid

Pubblicato da alle 1:52 AM 0 commenti
Cari lettori con la testa fra le nuvole, dovete sapere (e alcuni di voi lo sapranno benissimo), che quando si vive per un periodo più meno lungo all'estero, è come se la tua "vecchia vita" non fosse mai esistita.
Immaginate per un secondo, chiudete gli occhi. Non esistono i problemi che avevate, voi potete essere chi volete essere; un giorno voglio essere una ragazza timida e riservata, il giorno dopo la regina di una festa.
Nessuno vi conosce, il giro di persone che incontrate a Madrid è talmente ampio che potete permettervi il lusso di scegliervi chi davvero vi piace e che volete al fianco. Senza quell'assurda paura che si materializza in silenzio nell'animo, la solitudine.

Mi sento ospite in questa città, mi sono munita di un bagaglio di umiltà perché non so ancora come si coniuga il verbo "andare" al passato e sicuramente ancora non posso con precisione mandare "a quel paese" la signora che cucina pesce e uovo fritto tutti i santi giorni nell'appartamento sotto di me.

Ho tutto quello che mi serve; una casa  bohemien catapultata dagli anni della dittatura di Franco e tenuta insieme con poca carta da parati ingiallita, ma mi è molto cara. Sarà che per trovarla sono dimagrita 3 kg, consumato tutte le mie scarpe, imparato i percorsi della metro a memoria, sudato tutta l'acqua che avevo in corpo sotto un sole anomalo e questionato in 4 lingue diverse con altri migliaia di studenti che erano interessati.
Siamo in cinque. Tutte donne. Due italiane, una francese, due tedesche.

Direte voi se sono impazzita completamente, ma dovete sapere, cari lettori, che oltre che imparare il verbo andare al passato, io devo assolutamente e con urgenza, limare aspetti di questo carattere battagliero che madre natura (santa donna) mi ha donato.
La tolleranza è il primo punto, credo che sia giusto parlare della Francese.
Posso dire senza paura che è la ragazza più... em... particolare che abbia mai conosciuto. Insomma ne ho conosciuta di gente strana, ma lei scala rapida la classifica.
Magra, in costante combutta con i suoi fianchi, con capelli lunghi che sventola volentieri sui piatti mescolandoli per bene e dandogli quel retrogusto notevole, perennemente in fase "nature" con i piedi scalzi per ogni dove e in ogni momento.
Al principio pensavo fosse la "tipica" francese che vive nella mia fantasia, tutta trine e merletti.
Naaaaaah. Eccola che mostra il suo animo aggressivo mentre mi spinge incessantemente la spalla o butta giù la porta della mia camera, perché deve raccontarmi, (alle 5.00 di mattina, dopo una giornata massacrante passata su un banco di scuola a cercare di capire che c'è una fondamentale differenza fra "Joder" e "Jugar"), del suo chico Messicano che non le ha risposto al messaggio confuso e chilometrico che gli ha mandato due minuti prima.
Altrettanto interessante è la tecnica di arraffo che possiede; quando le presti maglie, scarpe o altro che non rivedi per settimane e se casualmente entri nella sua "caverna" chiedendogliele indietro, inveisce cercando di convincerti che sono sempre state cose di sua proprietà e che ti stai sbagliando e tu, distrutto, te ne vai a dormire perché sono settimane che non chiudi occhio decidendo di provarci il giorno seguente (il famoso "domani lo farò").
Credo di non aver mai avuto un sentimento così altalenante per una persona, a momenti vorrei semplicemente tirare fuori il coltello dalla lama affilata (l'unico che teniamo in cucina e ci litighiamo ringhiando come cani) e farle vedere come si applica una incisione alla giugulare, altre volte mi piace il modo in cui cantiamo Edith Piaf mentre cuciniamo.

Si, la cucina è il nostro Dio, la nostra oasi nel deserto, corriamo a casa solo per abbracciare il frigo e siamo in costante debito di zuccheri.
Mangiare fuori? Si tutto a un euro, si va bene, si spende poco in Spagna ma per dirlo come il padre della Italiana: "Questi tapas no me tapan niente". Sul serio, i piccioni mangiano di più. Così che vedi queste poverette, tornare a casa più affamate di prima e buttarsi a piangere sui resti del giorno prima, sperando di essersi ricordate di fare la spesa.

Il bagno è altro oggetto di attenzioni notevoli: piccolo ma bello e dotato dell'unico oggetto che ci dona il Karma positivo, il bidet!!.
In genere per le altre tre è un elemento senza valore (un lava-piedi?!), un abbellimento inutile, ci mettono le mutande quando la lavatrice è occupata, ma per noi le italiane della casa, è il paradiso all'improvviso, guai a chi ce lo tocca, a chi lo critica!.
Fortunatamente siamo quasi tutti abbastanza civili, anche se spesso è partita l'idea di mettere un numerino di attesa e un conta-minuti per impedire di spendere troppo tempo in bagno, ma poi il tutto è stato accantonato. Sarà che siamo proprio noi due, le italiane a spendere le giornate chiuse in quell'angolo d'infinito.


!)Vedi anche: Quello che pensano gli spagnoli
!)Vedi anche: Madrid la maestosa
!)Vedi anche: Italiani oh... Italiani!



martedì 28 maggio 2013

Parlando di "Sante"

Pubblicato da alle 9:23 PM 0 commenti
Capita nella vita d'imbattersi in creature straordinarie che non credavamo esistessero. Le incrociamo in qualche pub, in una strada di periferia e giriamo la testa storditi a guardarle, non credendo a noi stessi.
La prima volta che ho incontrato "Sante" (lo chiamerò così per comodità) ho sentito le farfalle che dallo stomaco, mi finivano accidentalmente nelle vene, ostruendole pericolosamente, cosicchè non giungeva abbastanza sangue al cuore e ossigeno al cervello. Aveva occhi così intensi che t'inchiodavano in una morsa dolorosa, era il "tipico" ma raro personaggio per cui perdoni il tuo balbettio e il tua improvvisa voglia di parlare a vanvera
  
Nessun attore, modello o latin lover, poteva competere con Sante. Il paradosso più grande, in grado di farti sentire una povera scema in balia degli eventi, era che Sante non era affatto un bello "da paura". Non avrebbe mai potuto competere con lo statuario "parlami d'amore Mariù" nella pubblicità di Dolce & Gabbana





Nemmeno avvicinabile all'impossibile, inafferrabile (presumibilmente gay) Gabriel Garko. Nessun tipo di gel fra i capelli, nessuna scottatura imbarazzante data da una lampada abbronzante, nessuna caramella per l'alito e di sicuro, le sue sopracciglia non erano rifatte.
No, Sante era di più, aveva uno strano sorriso sornione, compariva e scompariva in un attimo, tanto che ci si chiedeva se fosse comparso per davvero. Sollevava il labbro destro, incurvava il sinistro, quasi un ghigno, ma estremamente sensuale. Sante era un uomo.
Aveva mani ruvide e abbronzate, perché odiava stare rinchiuso in casa e lavorava all'aperto, non dispezzava il lavoro manuale, non lo infastidiva il sudore che gli scorreva fra le scapole, sorrideva sotto il sole cocente e cantava canzoni d'amore.
Sante non era alto, aveva l'universo stretto in gola e migliaia di donne.
Quando l'ho incrociato per la prima volta ero una ragazzetta, lui era interessato ai miei occhi, io ero totalmente persa nei suoi. 
Recitava poesie, si divertiva a sussurrarmi nell'orecchio la mia preferita, soffiandomi sul collo, giocando con i miei pensieri, con le mani strette nelle mie.
  
             
  E i bicchieri eran vuoti
  e la bottiglia infranta
  E il letto spalancato
  e l'uscio era sprangato
  E tutte le stelle di vetro
  della felicità e della bellezza
  lucevano nella polvere
  della stanza mal spazzata
  Ed ero ubriaco morto
  ed ero fuoco di gioia
  ed eri ebbra vivente
  nuda tra le mie braccia.


Sante non era ricco, ma la sua personalità riempiva il portafoglio vuoto. Era selvaggio e odorava di libertà, viaggiava molto, lasciava dietro di sè sospiri e ricordi. In verità, era così pieno d'amore da travolgere come un uragano tutti quelli che riuscivano a sfiorarlo almeno una volta. Entrava e usciva dalla vita delle persone con tale velocità che era impossibile immaginare il viso dei figli che avresti potuto avere con lui. 
Sante collezionava conchiglie, ti portava a vedere la cima di una montagna e ti fissava come se non ci fosse stato un domani. Era un attimo, un soffio di vento e "puf", lui non c'era più.
Tutti si ricordano di Sante, aveva capelli neri come l'ebano e sapeva di mare. Fumava troppo e non riusciva a fermarsi. 
Mia nonna lo vedeva passare fischiettando davanti alla nostra finestra, mentre lei stendeva la sfoglia, ogni volta mi ammoniva sospirando affaticata: "non innamorarti mai di qualcosa di selvaggio".
Sante non fuggiva, la sua vita era sul ciglio del burrone e fra le dita magiche del vento, un incessante andare.

                  



mercoledì 10 aprile 2013

Noi, della miseria e della nobiltà.

Pubblicato da alle 9:11 PM 0 commenti
Trovare il lato positivo di un guasto tecnico che costringe il treno, in cui sei prigioniera, ad arrestarsi nel bel mezzo del nulla, è possibile. Quando è successo a me, la rabbia e l'impotenza dinanzi al fatto, si sono trasformate in qualcosa di più costruttivo. Quel giorno era cominciato davvero male; mi ero svegliata tardi, avevo saltato colazione, ero vestita a strati e non avevo badato molto alla compatibilità di colori fra maglia e pantaloni. Il treno era fermo e io cominciavo ad annoiarmi, quando mi annoio divento insopportabile, osservavo il mio vicino di posto. Era un tipo alto, slanciato con un viso pallido e vestito di tutto punto. Il mio spirito di osservazione viene ripagato spesso dalla capacità di comprendere chi mi ritrovo davanti; era un ragazzo ricco, sicuramente maturo e con un brillante curriculum. Sebbene io abbia sempre avuto agevolazioni economiche, non ho mai amato ostentare quello che ottenevo e spesso, avevo pregiudizi nei confronti di quelli che, con disprezzo, chiamavo "figli di papà". Tuttavia ho avuto la capacità d'ignorare questa mia inclinazione e presentarmi al vicino, che ne frattempo, osservava il paesaggio al di fuori del finestrino, con lo sguardo smarrito. Dopo le presentazioni e una breve introduzione di competenze personali, io e il ragazzo avevamo portato il discorso a temi più ampi. Presto si era reso conto del mio più grande difetto, la mancanza di diplomazia, quando mostravo con i toni accesi e aspri il rancore che possiedo nei confronti del nostro mondo e della nostra realtà culturale tutta votata a favore di chi detiene il denaro.
«Non è un paese per poveri!» dicevo con rabbia, 

Inizia tutto dalla fine delle scuole superiori, chi ha i soldi può andare all'università, chi non li ha deve lavorare! guadagnarsi il pane. Magari un povero ha anche la voglia di farsi una cultura, quindi se è fortunato, lavora e si paga gli studi. Ne consegue che non avrà mai molto tempo per studiare, i suoi voti non saranno particolarmente eccellenti, poi cosa succede? si laurea a una triennale. Mettiamo caso che voglia continuare il suo percorso, i Master? non sono nemmeno considerabili visto l'elevato costo, in più c'è una selezione così stretta per la maggior parte che risultano essere "inaccessibili" per chi ha sputato sangue per ottenere un bagaglio culturale che, paradossalmente, è "limitato" per le credenziali richieste da alcuni. Esistono le borse di studio no? bene, quelle di merito e di reddito, in numero limitato, non sempre ottenibili e soprattutto non sufficienti per coprire tutte le spese. 
Cosa succede? che il ragazzo ricco potrà permettersi l'università non lavorando e quindi, puntando a un voto più che eccellente, avendo una maggiore disponibilità temporale da dedicare allo studio, potrà andarsene frequentemente all'estero, conseguire facilmente certificati di lingua, uscito da una triennale potrà permettersi il Master e, sicuramente, avere un curriculum curato e pronto per la prima azienda che lo considererà maggiormente rispetto agli altri. 

Sono passati tre anni, da quel discorso e dal guasto del treno (si, ce ne sono stati altri mille!). 
Quel ragazzo pallido ora, è un mio grande amico. Entrambi ci ritroviamo laureati, con un voto pressoché similare, lui è ricco io mi ritengo appartenente alla fascia media di reddito. 
Lui farà un Master, io una magistrale, ma entrambi abbiamo sperimentato le tante porte in faccia da quel mondo lontano e impalpabile che chiamano "lavoro".

Che la crisi abbia portato la meritocrazia? 






martedì 2 aprile 2013

Semi di zucca e amore

Pubblicato da alle 2:44 PM 1 commenti
Ho uno speciale legame con i semi di zucca. Li avete mai assaggiati? Sono uno spuntino ideale ricco di omega 3, ferro, zinco, proprietà antinfiammatorie [...] Ma la cosa che più m'interessa è che fanno bene al cuore. Non li mangio spesso, solo in precisi "stati" della mia vita, ogni volta che devo riflettere su qualcosa di grande o che mi sconvolge emotivamente. In questi casi, esco, prendo la mia bici, mi dirigo al supermercato e afferro il primo sacchetto di semi che trovo. Poi torno a casa, mi siedo sul tappeto e comincio a mangiare con foga, non facendo troppo caso alle bucce dei semi. Pochi giorni fa gli avvenimenti mi hanno portato al solito supermercato e al familiare sacchetto di plastica trasparente, ero ferma a uno dei famosi: "bivi della vita", con la differenza che di strade non ce ne erano solo due. Questo mi ha messo in crisi profonda così, per la prima volta, ho comprato due sacchetti di semi di zucca (convinta non potessero bastare). Il mio pensiero si è spostato dalla dura decisione da prendere a tutti ragazzi che mi hanno fatto rabbrividire almeno una volta. Mi sono accorta che ognuno aveva un suo modo di rapportarsi con me e "una frase tipica" che usava quasi sempre, come un disco e che, al tempo stesso, ne metteva in luce le peculiarità del carattere.
Il primissimo, un ragazzo viziato e complicato, usava sempre la stessa frase: "Ma cosa dici?" non si stupiva mai di nulla, per lui tutto era statico e conosciuto, era inevitabilmente convinto che ogni essere vivente gli ruotasse attorno, venerandolo. Non poteva mostrare questa sua attitudine in pubblico, quindi cercava di riempire e sollevare la sua innaturale indolenza con questa frase, che ripeteva continuamente, fingendosi interessato ai discorsi altrui e consapevole dell'esistenza di un mondo al di là del suo pensiero.
Poi, c'era l'immancabile: "Non fare la bambina", in realtà il nostro rapporto avrebbe potuto essere definito in molti modi, non certo normale. Lui era un ragazzo bello, pieno di sé e di donne. Per un certo periodo ho creduto davvero potesse funzionare, ma ironia della sorte, lui ha continuato a fare l'adulto e io, la bambina.
Un brivido d'eccezione lo ha fatto nascere un tipo particolare, con idee tutte sue, un modo di vita alternativo che non credevo possibile e che per poco tempo, mi ha fatto vedere nuove realtà. La sua frase preferita? "Tu non ti rendi conto", sebbene non ci conoscessimo per niente, litigavamo come una vecchia coppia di sposi, fin dall'inizio non siamo riusciti a trovare un punto neutro in cui sventolare una bandierina bianca; ognuno diceva la sua, ognuno aveva ragione.
Curioso è stato il periodo in cui ho conosciuto il famoso "Te lo prometto", una frase che avrò sentito centinaia di volte, ma il ragazzo che la usava più spesso, lo faceva con attenzione. Era in grado di fare almeno cinque promesse al giorno, paradossalmente le manteneva tutte. Aveva tanti difetti, era volubile e irrimediabilmente individualista, ma ogni volta che usava queste tre, semplici parole, io ero tranquilla e aspettavo. Il guaio arrivava nel momento in cui cercavo di fargli promettere cose che non avrebbe mai potuto darmi.

Se siete ancora interessati alle proprietà dei semi di zucca, leggete QUI
E se dovete risolvere un problema di vita, andate al primo supermercato (scaffale frutta secca!)



!) Cartone francese, la canzone? "A quoi ca sert l'amour" (Edith Piaf) interpretata assieme al marito (Théo Sarapo) anno 1962




martedì 19 marzo 2013

I'm a woman in love...

Pubblicato da alle 4:58 PM 0 commenti
Sarà l'avanzare dell'età ma sto diventando un poco sentimentale negli ultimi tempi! in realtà fa bene essere dolci ogni tanto, soprattutto verso se stessi, mettere da parte la corazza che ci siamo costruiti per combattere contro il mondo, concederci una pausa, una boccata di ossigeno, un bicchiere di vino (per chi è astemio; un'aranciata) ascoltando qualche canzone dimenticata e che stringe il cuore. Non badate a tutti gli impegni e problemi che avete; al vostro amico che non vi parla da anni, a quel maledetto progetto da realizzare, all'esame terribile da preparare, a vostra madre che vi tortura, agli anni che volano via, alla felicità che sembra perduta, ai sogni che non realizzerete mai [...]. Spogliatevi, mettetevi comodi, respirate e tirate fuori quella vecchia canzone che vi rende nostalgici ma terribilmente dolci.
Oggi, per me, quella canzone è Woman in love di Barbra Streisand, che oltre ad essere una grande attrice, è "l'artista femminile ad aver venduto il maggior numero di dischi negli Stati Uniti".
Ho pochi idoli nella mia vita, ma tante persone reali a cui ispirarmi e volgere il mio sguardo. Una di queste è sicuramente Barbra Streisand, forse per le qualità che io stessa le attribuisco; l'intelligenza, la sensibilità e l'essere eclettica.

Dedico questa canzone, questo bicchiere di nonsochecosa e questa nostalgia; a una notte fredda, a uno sguardo impertinente e alla gioventù di quell'attimo.

!) Sapevi che...  Il brano è stato scritto da alcuni esponenti dei Bee Gees (Barry, Maurice e Robin Gibb) ed è estratto dall'album Guilty del 1980.
In una trasmissione di American Top 40, un programma radiofonico, si dichiarò che la nota della Stresaind era la più "lunga" tenuta in una canzone al primo posto in classifica (non si sa se in realtà questa considerazione derivasse da veri e propri dati di fatto)



Woman in love
Life is a moment in space 
When the dream is gone 
It's a lonelier place 
I kiss the morning goodbye 
Down inside, you know we never know why 
The road is narrow and long 
When eyes meet eyes 
And the feeling is strong 
I turn away from the wall 
I stumble and fall 
But I give you it all 

I am a woman in love 
And I'd do anything 
To get you into my world 
And hold you within 
It's a right I defend 
Over and over again 
What do I do 

With you eternally mine 
In love there is no measure of time 
We planned it all at the start 
You and I live in each other's heart 
We may be oceans away 
You'll feel my love 
I hear what you say 
No truth is ever a lie 
I stumble and fall 
But I give you it all 

I am a woman in love 
And I'd do anything 
To get you into my world 
And hold you within 
It's a right I defend 
Over and over again 
What do I do 

I am a woman in love 
And I'm talking to you 
You know I know how you feel 
What a woman can do 
It's a right I defend 
Over and over again 

I am a woman in love 
And I'd do anything 
To get you into my world 
And hold you within 
It's a right I defend 
Over and over again



!) VEDI ANCHE: L'uccello del Paradiso




martedì 8 gennaio 2013

Elvis Presley, you are always on my mind

Pubblicato da alle 12:10 AM 2 commenti
Dedico questo post, a qualcuno di molto importante nella mia vita, qualcuno che in un modo incredibile (quasi impossibile) ha saputo sollevarmi e accompagnare le giornate più felici, più tristi, particolari o normali.
Ho avuto tanti idoli, dal periodo terribile in cui mi facevo acconciature strane, codini alti e portavo scaldamuscoli sopra a scarpe da tennis alte quattro dita, per imitare le Spice Girl, al momento in cui mi struggevo in pianti adolescenziali disperati sulle note degli 883 (mitico Max Pezzali!!), per non parlare del periodo-pazzo accompagnato da Ricky MartinRobbie Williams per cui provavo un amore profondo e platonico, non vi dico i giorni di lutto che ho passato quando palpitava, sui giornali di gossip, la notizia sulla loro omosessualità (anche se non è ancora sicuro con Robbie!!).
Bene, in tutti questi "periodi" più o meno bui, c'è stato un personaggio che non è mai tramontato.
Non mi piace definirlo "idolo" è qualcosa di vicino a me, io non sono quaggiù e lui è lassù, ma sembra essere da sempre, accanto a me (per piacere non chiamate la neuro....).

La prima volta che io e Elvis Presley ci siamo "conosciuti", avevo si e no dieci anni.
Ricordo che era dicembre, quasi Natale, ero con i miei genitori a fare spese e come al solito mi annoiavo, (Giuro, sono l'anti-shopping!) così, tiravo il giaccone pesante di mio padre, implorandolo di fuggire dal calore opprimente di un negozio di abiti.
Mentre aspettavamo all'aperto mia mamma (incredibilmente a suo agio nella temperatura hawaiana, mentre fuori ti si gelava il respiro in gola), ecco che vedo un uomo, proprio davanti a noi, che canta una canzone bellissima accompagnandosi con una chitarra, vestito di lustrini, con degli strani capelli corvini.
Ricordo di essere rimasta sorpresa da quel personaggio bizzarro (ci voleva poco a stupirmi a quell'età!) e tirando per l'ennesima volta la giacca del mio esausto-padre gli faccio:  «Babbo babbo! chi è quel signore?»
e lui sorridendomi: «è Elvis Presley!».
Questo ricordo è offuscato nella mia mente, non ricordo certo la canzone o il seguito della giornata.
So solo che da allora ho conservato l'immagine, a dodici anni cercavo le sue canzoni e le ascoltavo sempre più rapita. Poi con i primi soldi compravo i suoi Cd, che trovavo nelle bancarelle dell'usato o nei negozi di dischi. Con il passare del tempo diventai un ottima nemica della legge, confezionandomi le canzoni da sola, con un computer.
La sua musica ha uno strano potere su di me. La voce in sé ha l'effetto di un balsamo potente che cura malesseri interiori e mi rende felice.
Straordinariamente, chiamiamola coincidenza se vi pare, ogni momento importante o doloroso fino a ora è stato accompagnato da una sua canzone.
Cito un breve esempio. Dovevo dare un esame difficile, molto complesso, che non riuscivo a superare nonostante m'impegnassi. Ero molto triste e la sera prima del "grande giorno" in cui avrei dovuto sostenerlo, decido di uscire e fare un giro in macchina, per distrarmi. Appena giro la chiave per accendere la mia Peugeot, dalla radio parte la canzone: Always on my mind.
La sua voce è bastata a calmarmi e rassicurarmi. Ho felicemente passato l'esame.

Se avete qualcosa nella vita, anche di piccolo, giudicato insignificante e stupido dagli altri, ma che vi rende davvero felici e vi fa stare bene, tenetelo sempre dentro di voi, stretto al vostro animo.

Oggi nasce Elvis, 8 gennaio 1935

Questo è un video davvero carino, mette insieme alcune delle tante performance di Elvis

!)Elvis, A little less conversation


1961, Elvis at the Coco Palms Resort 
(Lo ammetto, questa foto l'ho scattata io a tradimento mentre eravamo in vacanza assieme...)




domenica 25 novembre 2012

L'uccello del Paradiso

Pubblicato da alle 4:23 PM 0 commenti
Poi un giorno ti alzi triste, tutto il mondo ce l'ha con te, tutto va male (davvero?) tutto t'ignora o calpesta, l'amore ti rifiuta, lo studio e lavoro t'ingoiano, l'unico amante che ti ritrovi è il tuo morbido, caldo letto.
Peggio di così...che vivi a fare? sappiate che questa domanda è lo sgarbo più grande che potreste farvi. Evitando quindi di essere autolesionisti pensate alle frasi famose come: "Questo dolore ti sarà un giorno utile" (con il rischio di mandare a quel paese chi ha il coraggio di recitarvela) "La salute è la cosa più importante" (niente di più vero, ma vano visto che più sei triste più stai male!) "Non disperare pieno di pesci è il mare" (questa poi l'ho sempre odiata, se sei stata/o lasciata/o non c'è niente di peggio che sentirsi dire di andare a pescare!) 
Insomma, frasi di circostanza che ti aiutano solo a sentirti peggio.
Non date retta all'oroscopo, anche se è una giornata nera (vi è morto il gatto, l'amore della vs. vita vi ha lasciato, non c'è più vino nella cucina, i genitori rompono, non avete superato l'esame, tutti vi odiano...) esiste un modo per cambiare tutto questo. Cambiando il vostro approccio nei confronti del bad day.

Io ho un modo, (ognuno ha il suo, basta cercarlo!) in sostanza è semplice, esiste una frase (tanto le parole sono la cosa che più mi solleva dai miei guai) che mi è stata dedicata dalla persona più importante della mia vita (non vi dico certo chi!) 



L'uccello del Paradiso 
si posa solamente sulla mano 
che non lo afferra.
(John Berry)

E' una frase semplice... ma il significato insito è grande. Mi carica di forza, perché mostra di me il lato che più mi piace, che coltivo da sempre.
E la persona che me la dedicò disse: "Tu sei come quell'uccello, sei forte e indipendente. Non dipendi da nessuno e quindi chi si ritrova te sulle mani è una persona fortunata per quell'attimo".

E così il mio bad day s'illumina.

domenica 18 marzo 2012

Frammento

Pubblicato da alle 8:28 PM 0 commenti
«Che cosa vuoi fare da grande?» ci rifletto un po' su.
«La giornalista!» esclamo.
La maestra ridacchia stupidamente, mettendo in mostra quel sorriso orrendo.
«Perché proprio la giornalista?»
Io la guardo
«E perché no?»
Forse è stata l'aria di sfida, il fatto che non avevo regole, che tutto per me era una sorpresa,  forse quella stessa domanda o, più probabilmente, il mio rigetto per la matematica a decretare l'inizio di una guerra con quella donna.
Mia mamma era terrorizzata dai voti impronunciabili che avevo in quella materia, ma molto più per il rifiuto nell'impegnarmi e nell'esercitarmi in qualsiasi cosa che coinvolgesse numeri.
In quelle ore di strazio, in cui osservavo la lavagna nera riempita di strani calcoli e segni per me incomprensibili, prendevo un foglio e scrivevo.
Scrivevo storie, immaginavo e regolarmente, venivo riportata alla realtà.
Al contrario, per ogni insegnante d'italiano ero "una grande promessa"
«Un pozzo di fantasia, d'idee e pensieri!» spiegavano, durante gli incontri con i miei genitori.
Venivo spedita regolarmente da insegnanti private, che provavano con le buone o con le cattive a inculcarmi le somme, le divisioni, i problemi.
Era come andare al patibolo, mi facevo torturare per ore e non apprendevo.
E' andata così per molto tempo, nei primi anni delle superiori avevo voti eccellenti in letteratura, filosofia, storia. E disastrosi in matematica.
Ero abbonata alla biblioteca e al giornalino scolastico. Ma andavo ai corsi di recupero ogni estate.
Poi, al termine del mio percorso di studio liceale, è arrivato l'insegnate di matematica che ha cambiato il mio modo di pensare, quando ero indietro anni luce da quello che possiamo chiamare "programma".
«Tu hai le carte in regola non solo per fare la giornalista, ma per fare qualsiasi cosa tu voglia»
Diceva, e io:
«Tranne la matematica»
Mi osservava accigliato e rispondeva,
«La matematica non è che una forma di scrittura, tu devi sono impararne la grammatica e saprai raccontare storie attraverso essa»
Non ho mai creduto alle sue parole, nemmeno gli ho mai dato importanza, ma per la prima volta qualcuno mi ascoltava, mi sentiva davvero.
Poi è arrivata la pace nella guerra fra me e i numeri.

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